domenica 12 maggio 2013

STRUMENTI DI LAVORO DEL SARTO,IERI E OGGI

                      STRUMENTI DI LAVORO DEL SARTO
                                         IERI E OGGI  
Ago,Forbici,Spilli e Ditali,parole magiche di un hobby antico,ma mai fuori moda:il cucito.Attività spesso tramandata di madre in figlia,e che una volta imparata serve a modificare o realizzare abiti e accessori. Partendo dalla cassetta da cucito,possiamo dire che all’interno di quest’ultima non possono mancare:aghi di diverse dimensioni-forbici-cuscinetto per aghi e spilli-ditale-fili e metro. Partendo dall’ago,possiamo dire che è proprio grazie a questo sottile strumento che nasce l’abito.L’ago infatti è,ed era capace di unire due tessuti anche di materiali diversi unendoli tra loro.Inizialmente l’ago non era altro che una parte di animale(ossa),legno o una spina ricavata dalla foglia di Agave,tagliata parzialmente nella parte finale,in modo che restasse attaccata una parte di fibra usata come filo.Il problema dell’ago a quel tempo era che essendo fatto con materiali naturali come lesine,legno e piante non poteva essere troppo sottile o si sarebbe spezzato.Gli aghi quindi essendo abbastanza grossi,lasciavano anche un buco troppo grande,non potendo quindi essere usati su tessuti fini e leggeri,ma usato solo come punteruolo sulle pelli e sul cuoio.I primi ad introdurre gli aghi in acciaio furono gli Arabi.Questi aghi avevano il vantaggio di essere piu resistenti e non pieghevoli in punta.Fu poi a Norinberga che furono perfezionati e fabbricati in modo da essere estremamente funzionali.Un altro strumento abbinato all’ago è il ditale,che aveva la funzione di proteggere le dita delle mani,durante il lavoro di cucito.Il ditale è usato da millenni,con forme diverse,in base al tipo di materiale da cucire,adeguandosi allo sviluppo della struttura dell’ago.I primi ditali risalgono al neolitico e non venivano infilati sulle dita,ma venivano tenuti nel palmo della mano,proteggendo dalla cruna dell’ago,allora molto grossi.I ditali potevano essere fatti in pietra-bronzo e ferro.Il ditale vero e proprio compare piu di 2000 anni fa,con forma ad anello,aperto sulla punta,con incisioni concave sulla fascia.Alcuni “anelli” sono stati ritrovati in Cina in una sepoltura risalente al 200 A.C e negli scavi di Pompei.Il ditale chiuso come quello di adesso si diffonde nel medioevo,con forme bombate in metallo.Questi ditali erano molto costosi anche se non erano fatti con materiali preziosi.Nei secoli seguenti vennero prodotti con materiali preziosi,trasformandosi in piccoli oggetti ornamentali,oltre che strumenti d’uso preziosi come gioielli da esibire.All’inizio del diciannovesimo secolo inizia la produzione industriale,il metallo diventa sottile e la punta abbastanza piatta con la distribuzione dei buchetti regolari.I ditali moderni sono realizzati in acciaio inossidabile ma possono essere costruiti con:vetro-osso-bronzo-ferro-avorio-madreperla-legno-argento-oro.Altro strumento del sarto sono le forbici,utilizzate per tagliare materiali sottili che richiedono poca forza come carta,tessuti,corde,fili ecc..Adifferenza del coltello le forbici sono formate da due lame che possono ruotare attorno a un perno fisso.Lo sforzo è dato mediante l’azione meccanica esercitata sull’impugnatura,formata da due anelli nei quali si infilano il dito pollice ed il medio della mano.Le prime forbici risalgono all’Egitto,nel 300 A.C mentre le prime cesoie risalgono all’epoca Romana intorno al 100 A.C.Non ci furono in questi anni grandi innovazioni nella produzione fino al 1761,quando Robert Hincliffe produsse il primo paio di forbici in acciaio fuso.Hincliffe dovette risolvere una serie di problemi tecnici.Uno dei primi problemi infatti erano i buchi per l’impugnatura.L’unità di misura piu antica del sarto era inizialmente il palmo della mano o spanna,la quale si riportava su uno spago che veniva annodato in corrispondenza della misura presa.Il sistema metrico si ha in Francia nel 1791 in piena rivoluzione.Questi sistemi si sono affermati in tutto il mondo,inizialmente nei paesi non anglossassoni e piu recentemente in quelli inglesi.Nei primi sistemi metrici c’erano due unità fondamentali:il metro per la lunghezza e il grammo per la massa.Il metro infatti è uno di quegli strumenti senza il quale il sarto non puo lavorare con precisione.E’ l’unità di misura del sistema internazionale.In Italia il metro è stato attuato mediante il campione dell’istituto nazionale di ricerca metrologica di Torino.Altro oggetto un tempo utile al sarto erano gli scaldamani in ceramica,utilizzati per scaldare le mani,aggiungendo all’interno dell’acqua calda.Altri piccoli strumenti di ieri e di oggi sono il portaspilli,il gessetto del sarto triangolare e facilmente removibile,Fili e altri oggetti di decorazione come bottoni e cerniere.
                                                                                                                  Jlenia Serpa

MUSEO ANTROPOLOGICO ED ETNOLOGICO


MUSEO DI ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA



Il Museo Nazionale di Antropologia ed Etnologia è una sezione del museo di Storia Naturale. Fondato nel 1869 da Paolo Mantegazza, è il primo museo europeo del suo genere.
Ospita collezioni di particolare interesse scientifico provenienti da ogni parte del mondo, divise per provenienza geografica. Di particolare interesse sono i reperti eschimesi che il visitatore può ammirare nelle prime sale del museo: oltre all’oggettistica di uso quotidiano e per la caccia, vi sono esposti interessanti costumi impermeabili fatti con strisce di budelli di cetaceo cucite insieme e adornati con piccole piume. Proseguendo all’interno del museo sono esposte collezioni riguardanti le popolazioni Ainu del Giappone e ai nativi americani. Nel primo caso si tratta di vesti e reperti, soprattutto con funzioni rituali, raccolti da Paolo Mantegazza, nel secondo si tratta di una sala totalmente dedicata ai cosi detti Indiani d’America, con reperti classificati secondo la provenienza della tribù. Curiosi sono i calzari delle tribù delle praterie che mantengono gli zoccoli dell’animale dal quale sono stati ricavati.
Nel museo si trova anche una piccola sala dedicata alla fisionomia dell’essere umano con calchi facciali molto affascinanti. Molto interessante è l’area dedicata all’Antico Perù: qui troviamo vari reperti precolombiani e diversi corpi mummificati naturalmente, alcuni dei quali si trovano in curiosi cestini per poterli trasportare durante le festività dedicate ai defunti che curiosamente si svolgevano i primi di Novembre.
Proseguendo c’è la ricchissima collezione dedicata all’area Asiatica, in particolar modo a quella indonesiana con costumi, armi, oggetti di uso quotidiano e rituale e alcune riproduzioni in scala di capanne tradizionali. Nella sezione dedicata all’Oceania, invece, troviamo i reperti raccolti dall’esploratore James Cook durante il Settecento. Particolarmente impressionanti sono le armi e i resti umani con i quali si adornavano alcune popolazioni antropofaghe della Polinesia.
Alla fine del percorso del museo troviamo l’area dedicata ai reperti africani: Bantù, Pigmei, Somali ed Eritrei sono alcuni dei popoli che ritroviamo in quest’area ricca di oggetti ornamentali, armi, tessuti, strumenti musicali e suppellettili domestiche.

Elena Scopetani

GALLERIA DEL COSTUME


GALLERIA DEL COSTUME


La Galleria del costume, situata nella Palazzina della Meridiana di Palazzo Pitti, è l’unico museo statale che si occupa di costume. La scelta dell’ubicazione non è casuale. Infatti, nel 1951, proprio a Palazzo pitti si svolse la prima sfilata di moda dalla quale nacque poi il made in Italy.
La galleria nasce negli anni ’80, periodo in cui iniziano i primi stuti italiani sulla storia del costume. Contiene numerosi abiti, in buone condizioni, esposti in teche antipolvere, che sono sostituiti ogni due o tre anni poiché abiti così delicati hanno bisogno di riposo.
Le varie sale sono divise per epoche, descrivendo in modo dettagliato il vario susseguirsi di stili e mode, accostando abiti antichi originali a creazioni moderne del made in Italy, così da poter apprezzare l’intramontabilità di alcuni stili e modelli, come ad esempio lo stile Impero o le variazioni di frange e perline tipiche degli anni Venti.
Oltre a questi interessanti confronti, si possono ammirare anche alcuni esempi iconici e inconfondibili dello stile italiano come ad esempio le stampe di Emilio Pucci o le plissettature di Fortuny.
Senza dubbio però, gli abiti più rari e preziosi della galleria sono i vestiti funebri del granduca Cosimo I dé Medici, di sua moglie Eleonora di Toledo e del loro figlioletto don Garzia, mancato all’età di quindici anni a causa di un attacco di malaria. Gli abiti sono stati ritrovati nelle tombe della basilica di San Lorenzo e sono stati restaurati da Janet Arnold

Elena Scopetani

MUSEO FERRAGAMO


MUSEO FERRAGAMO


Quando sono stata a visitare il museo di Salvatore Ferragamo avevano da poco cambiato l’allestimento della mostra. Sono stata catapultata più che in un museo, in un mondo delle favole. Il nuovo allestimento, infatti, si chiama “Il calzolaio prodigioso, fiabe e leggende di scarpe e calzolai” e, nonostante sia un po’ caotico a mio avviso, dà l’impressione di entrare in una fiaba. All’ingresso sono esposti numerosi modelli del creativo calzolaio e si ripercorre la sua storia sin dagli esordi, proprio come fosse una storia magica per bambini. Non a caso, in una sala adiacente, è proiettato il cortometraggio “White Shoe” del regista Mauro Borrelli, liberamente ispirato a un episodio della vita del giovane Salvatore. Racconta, infatti, la prima creazione dello stilista: un paio di scarpette bianche create in una notte per la prima comunione della sorellina. Oltre a questo corto viene proiettato anche il film del ’48 “Le scarpette rosse”.
Tutto è impostato sulla relazione tra favola, leggenda, mito e scarpe. Dello stilista non c’è molto in esposizione ma in compenso ci sono molte opere interessanti di altri artisti che sono stati ispirati o hanno rivisitato il mondo di Ferragamo. Ad esempio i simpatici dipinti dell’artista americana Ann Craven che ripropone simpaticamente alcuni modelli dello stilista campano. O ancora gli anfibi alati di Annette Lumieux, pensati per moderni Hermes, i dipinti di Mimmo Palladino e uno dei primi manifesti pubblicitari per Salvatore Ferragamo realizzato da Fernando Baldi.

Elena Scopetani

MUSEO GUCCI


MUSEO GUCCI


Situato nel centro storico di Firenze, in un monumentale palazzo affacciato su Piazza della Signoria, il Museo Gucci offre un viaggio all’interno della storia della celebre maison fiorentina.
L’allestimento museale si snoda su tre piani espositivi e parte proprio dalla sala intitolata “Viaggio”, nella quale si racconta la storia del giovane Guccio Gucci che iniziò la sua produzione proprio partendo da quegli articoli da viaggio dai quali era rimasto affascinato durante la sua esperienza lavorativa londinese all’Hotel Savoy come facchino.
Al primo piano troviamo invece tre differenti sale. La prima è dedicata al “Mondo Flora”, il motivo floreale creato dall’illustratore Vittorio Accornero per decorare i foulard della maison e che diventa un vero e proprio simbolo della casa di moda fiorentina insieme al bambù, al nastro verde-rosso-verde e al morsetto che compaiono ripetutamente su borse abiti e accessori. Seguendo la mostra si arriva alla zona della borsetteria, dove sono riproposti i più celebri modelli Gucci come la Bamboo Bag o la Jackie. Proseguendo si arriva in una delle sale a mio avviso più emozionanti del museo: la sala “Evening” dove sono esposti alcuni degli abiti creati appositamente per i red carpet e gli eventi più esclusivi. Stupendo è l’abito dorato creato per l’ultima campagna pubblicitaria del profumo Gucci Première, ma ci sono anche altri abiti che tra piume e lustrini fanno davvero sognare.
Al secondo e ultimo piano del museo troviamo una sala dedicata alla “Logomania” e al simbolo GG emblema della maison che fin dagli anni ’60 compare sulle chiusure delle borse. Ma non è solo su borse, abiti e accessori che lo stile Gucci si sbizzarrisce. Proseguendo la mostra possiamo, infatti, ammirare una serie di oggettistica che investe ogni aspetto della vita e del tempo libero: dal set da pic-nic ai giochi di società, dalle lampade da tavolo ai set di bicchieri, tutto rigorosamente firmato Gucci. L’ultima sala infine è dedicata a uno degli articoli più rappresentativi e iconici della produzione Gucci: il mocassino con il morsetto di metallo composto da due anelli uniti da una barretta, creato dalla maison nel 1953 ma tuttora attualissimo, un classico che non tramonta mai.

Elena Scopetani

MUSEO STIBBERT


MUSEO STIBBERT


“Non ho particolari talenti, sono soltanto appassionatamente curioso.”
Albert Einstein


La curiosità. Probabilmente fu questo uno dei tratti caratteriali più pronunciati di Frederick Stibbert. Curiosità che lo avviò, sin da giovane, alla sua attività di collezionista. Curiosità come conoscenza dell’altro, del diverso, del lontano, culturalmente, geograficamente e nel tempo. L’amore per la storia e per l’esotismo di stampo romantico lo porterà a costituire una delle più vaste raccolte di armi, armature e costumi, ma anche di quadri arazzi e oggetti di arredo.
La casa-museo Stibbert presenta un gran numero di armature, armi bianche e da fuoco non solo europee ma anche provenienti dal mondo islamico. Le prime sale mostrano le impressionanti armature di scuole italiane, tedesche e francesi, in gran parte cinquecentesche, ma pur sempre comuni nel nostro immaginario, al di là delle quali si trovano le curiose e affascinanti collezioni di armeria mediorientale. I cimeli sono stati, per volere dello stesso Frederick, disposti in maniera realistica e teatrale, su manichini e riproduzioni equestri, fatti fabbricare per indossare gli esotici costumi e le pesanti armature. Nonostante questo espediente per “dar vita” ad abiti e corazze, sia riprodotto in tutto il museo, nella sala islamica ha un effetto particolare grazie all’ambiente circostante: la stanza, infatti, presenta decorazioni di stucco bianco su tutte le pareti, dal sapore così arabeggiante da ricordare le maestose sale dell’Alhambra di Granada. Infatti, Stibbert si circondò di numerosi artigiani che seguiva personalmente, non solo per quanto riguarda la creazione dei manichini da esposizione ma anche per la decorazione delle stanze tematiche, come in questo caso, o per gli ampliamenti della villa.
Proseguendo la visita s’incontra il significativo costume che Napoleone I indossò per l’incoronazione al regno d’Italia, nel quale si possono notare vari elementi della simbologia napoleonica e non solo. Anche in questo caso l’abito si trova in una sala finemente decorata (questa volta da pannelli di cuoio dipinto). Segue poi la visita negli appartamenti privati della famiglia e alla collezione di ceramiche e porcellane. Notevole è la sala da fumo, adiacente al salone da ballo, che regala un tocco di luce e di colore grazie alle porte finestre che danno sul delizioso giardino ma soprattutto alle pareti totalmente ricoperte da terrecotte policrome smaltate.

Elena Scopetani